Sorry Ma’am

<English version here>

È successo, di nuovo.

È solo una mattina a caso, come centinaia di altre. Prendo l’autobus per andare a lavorare e cerco un posto per sedermi quando sale una scolaresca a bordo. Ragazzini chiassosi, ridono e chiacchierano e urlano. Li invidio: com’è possibile che i  bambini siano così vivaci e piena di energia di primo mattino mentre io vorrei solo che la mia sveglia si sciogliesse per non suonare mai più?

Sono completamente persa in questo pensiero, quando un ragazzino mi viene addosso con il suo zaino. Si gira, mi guarda e dice: “Scusi, signora”.
Scusi. S I G N O R A…
Penso di aver borbottato qualcosa. Nella mia testa penso: “Signora? Potrei essere tua sorella… beh, forse non proprio tua sorella, ma non sono così vecchia, piccolo maledetto. Quanti anni ho pure, 22? “. Poi mi ricordo che non ho più 22 anni. Poi mi ricordo che, fino a un paio di anni fa, i trentenni mi sembravano al limite dell’anzianità. Il pensiero istintivo che quel ragazzino volesse provocare si dissolve.

Non mi abituerò mai a essere chiamata signora.

Oh God! It happened again.
It was just a random morning, like hundreds of others. I took the bus to go to my workplace and I was looking for a seat when a bunch of schoolchildren got on board. They were rowdy, laughing and chatting and screaming and I was really envying them: how comes children are so lively and full of energies at 8:30 am while, every morning, I just wish my alarm clock would melt to never ring again?

I was totally lost in this thought when a little boy hit me with his back pack. He turned, looked up at me and said: “Sorry Ma’am”.
Sorry MA’AM…
I think I just mumbled something. In my head I was like: “Ma’am? I could be your sister… well, maybe not your sister but I’m no so old, you little tadpole. What am I again, 22?”. Then I remembered I’m not 22 anymore. Then I remembered that up until a couple of years ago people who turned thirty seemed so old to me. My instinctive thought that the boy was provoking me just disappeared.

I’m never getting used to be called Ma’am.

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Senza sapere perché

Una volta ero in una tavola calda, sulla Statale 16, appena fuori città, e mi sono fermata in una tavola calda, sono entrata e mi son messa in coda, alla cassa c’era un vietnamita, non capiva quasi niente, così non si andava avanti, gli dicevano un hamburger e lui diceva Cosa?, forse era il primo giorno di lavoro, non so, così mi son messa a guardare intorno, dentro la tavola calda, c’erano cinque o sei tavoli, e tutta la gente che mangiava, tante facce diverse e ognuno con qualcosa di diverso davanti, la cotoletta, il panino, il chili, mangiavano tutti, e ognuno era vestito esattamente come aveva voluto vestirsi, si era alzato al mattino e aveva scelto qualcosa da mettersi, la camicia quella rossa, e il vestito stretto sulle tette, esattamente quel che voleva, e adesso stava lì, e ognuno di loro aveva una vita dietro e una vita davanti, stavano giusto transitando lì dentro, domani avrebbero rifatto tutto da capo, la camicia quella blu, il vestito lungo, e sicuramente la bionda con le lentiggini aveva una madre in qualche ospedale, con tutti gli esami del sangue sballati, ma adesso era lì che scartava le patatine un po’ nere dalle altre, leggendo il giornale appoggiato sul salino a forma di pompa di benzina, c’era uno vestito tutto da baseball, che sicuramente non entrava in un campo da baseball da anni, stava lì con suo figlio, un ragazzino, e continuava a dargli delle sberle sulla testa, dietro la testa, ogni volta il ragazzino si risistemava su il cappellino, un cappellino da baseball, e il padre tac, un’altra sberla, e tutto mentre mangiavano, sotto un televisore appeso al muro, spento, col rumore della strada, che arrivava a folate, con seduti in un angolo due molto eleganti, in grigio, due uomini, e uno dei due si vedeva che piangeva, era assurdo, ma piangeva, su una bistecca con patate, piangeva in silenzio, e l’altro non faceva una piega, anche lui con una bistecca davanti, mangiava e basta, solo, a un certo punto, si alzò, andò fino al tavolo vicino, prese la bottiglia del ketchup, tornò al suo posto e stando attento a non macchiarsi il vestito grigio ne svuotò un po’ nel piatto dell’altro, quello che piangeva, e gli sussurrò qualcosa, non so cosa, poi chiuse la bottiglia e ricominciò a mangiare, loro nell’angolo, e tutto il resto attorno, con un gelato all’amarena pestato per terra, e sulla porta del bagno un cartello che diceva fuori servizio, io guardai tutto quello ed è chiaro che c’era solamente da pensare che vomito, ragazzi, una cosa da vomitare tanto era triste, e invece quello che mi successe fu che mentre stavo lì in coda e il vietnamita continuava a non capirci un accidente io pensai Dio che bello, con addosso perfino un po’ di voglia di ridere, accidenti com’è bello tutto questo, proprio tutto, fino all’ultima briciola di roba schiacciata per terra, fino all’ultimo tovagliolino unto, senza sapere perché, ma sapendo che era vero, era tutto dannatamente bello.
Assurdo, no?

City, Alessandro Baricco
<grassetti miei, corsivi di Baricco>

Castelli di rabbia

È una specie di gioco. Serve quando hai lo schifo addosso, che proprio non c’è verso di togliertelo. Allora ti rannicchi da qualche parte, chiudi gli occhi e inizi ad inventarti delle storie. Quel che ti viene. Ma lo devi fare bene. Con tutti i particolari. E quello che la gente dice, e i colori, e i suoni. Tutto.
E lo schifo poco a poco se ne va. Poi torna, è ovvio, ma intanto, per un po’, l’hai fregato.

Castelli di rabbia, Alessandro Baricco

Il mio rapporto con Baricco non è semplice. A volte lo amo, a volte lo odio, ma credo che con lui non esistano mezze vie. Di tutti i libri suoi che ho letto, “Castelli di rabbia” è quello che mi ha lasciata più perplessa, perlomeno fino alle ultime 5 pagine. È in quelle ultime 5 pagine che tutto acquista un senso, tutto si collega, tutto esplode facendoti capire perché non c’è una vera e propria trama.

Ti arriva improvvisamente addosso una coscienza tutta nuova. Una consapevolezza diversa, una illuminazione. E quanto l’ho sentito vicino, Baricco, in quelle 5 pagine. Pur non avendo troppo amato il suo linguaggio a volte tronfio e il suo modo di scrivere, in certi punti troppo artificioso, non ho potuto fare a meno di rivedermi in quelle frasi. Perché io scrivo per liberarmi delle sensazioni negative, perché invento storie per buttare fuori pensieri e sensazioni che altrimenti ristagnerebbero per giorni nel mio cervello, consumando energie che devo e voglio impiegare altrove. Perché la rabbia è il vero motore dei miei castelli in aria, di tutte le parole che ho scritto sinora, con la penna, sempre su carta.

Tornando al libro, voglio darti un consiglio: leggilo tutto d’un fiato. Prenditi un giorno e leggilo tutto. Finzione e realtà, assenza di senso e significato, le prime 240 pagine e le ultime 5; tutto deve andare assieme e il viaggio, credimi, è molto, molto interessante.