Non lasciarmi

Ho letto Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro per la prima volta nel novembre 2011. Me lo prestò una delle mie migliori amiche, ma questa non gliel’ho ancora perdonata. Poi, succede che a marzo 2017 lo stesso titolo viene estratto tra le proposte di uno dei gruppi di lettura a cui partecipo. Dopo una settimana di altalena emotiva fatta di “no, no… no!”, “ma forse lo rileggo”, “ma col cavolo che mi ci rimetto”, “però mi piacerebbe discuterlo”, “ma perché proprio questo?”… alla fine ho preso coraggio e ho deciso di leggerlo di nuovo.

La seconda lettura è stata meno traumatica. Sapevo cosa aspettarmi, dunque è stato più semplice proteggermi. Tuttavia, i temi che l’autore tratta sono di così grande spessore che, neanche con 5 anni e mezzo in più addosso, mi permetto di millantare un’opinione univoca sulle vicende narrate. Ciò che stavolta mi ha dato il colpo di grazia è stato l’accorgermi che, tutto a un tratto, i protagonisti del romanzo sono davvero solo pedine in un gioco crudele che sono “costretti” a giocare. L’autore non lo nasconde mai davvero, ma è solo nelle ultime pagine del romanzo che questo fatto diventa lampante.

La cosa più complicata di questo romanzo, a mio parere, è capire i tre protagonisti. Per chi legge, la muta rassegnazione a un destino fatto di atroci sofferenze e di morte prematura, è difficile da capire. Bisogna sforzarsi a ogni pagina per ricordarsi che la realtà dei tre protagonisti è completamente diversa da quella che conosciamo e viviamo noi. Una realtà ucronica, ma in qualche modo vicina a noi.

In definitiva, “Non lasciarmi” è un romanzodistopico, ma non così lontano dalla realtà da permettere al lettore di relegare la narrazione a un piano di pura fantasia.
Se non lo hai letto, merita di essere preso in considerazione. Diciamo solo che, magari, bisogna accostarvisi al momento giusto, consapevoli che il caro Kazuo Ishiguro vuole usare il lettore come pungiball.

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La vita davanti a sé

Chi l’avrebbe mai detto, ho finalmente amato uno scrittore francese.
Romain Gary è riuscito a convincermi alla grande con “La vita davanti a sè”, scritto sotto lo pseudonimo di Émile Ajar nel 1975 e libro vincitore del premio Goncourt di quell’anno.

Gary ha scritto un romanzo che a distanza di oltre quarant’anni è ancora attuale nelle tematiche che affronta (una su tutte, l’eutanasia), che fa riflettere il lettore sulle cose della vita. Vita che non è sempre semplice come si può immaginare, soprattutto se sei figlio di una prostituta e se vivi nella casa rifugio di una ex-prostituta, che è anche l’unica mamma che hai mai conosciuto. L’autore descrive una realtà che non è la solita favola parigina, anzi; in quelle pagine c’è tutta la crudezza di una vita cresciuta troppo in fretta, per forza di cose. Momò, il bambino protagonista del romanzo, è solo e da solo deve cavarsela.

La mia ignoranza è finita verso i tre o quattro anni e certe volte ne sento la mancanza.

Si può dire che non sia mai veramente un bambino, anche se il linguaggio utilizzato da Gary è di una innocenza tale da riuscire a riportare sotto una dimensione meno drammatica i fatti che accadono. Credo fermamente che, in questo romanzo in particolare, anche la forma sia sostanza.

Non volendo fare spoiler, perché davvero questo libro merita di essere letto, mi fermo qui. Aggiungo solo che, oltre a quanto c’è di immediatamente percepibile, questo romanzo è anche un inno alla fratellanza fra razze e religioni e per questo è un’opera ancor più importante.

Per molto tempo non ho saputo che ero arabo perché non c’era nessuno che mi insultava.

*

Siamo tutti uguali quando siamo nella merda.

PS
Armatevi di post-it segnapagina! Ci sono tantissime frasi belle, ma belle davvero, che vale la pena di tenere segnate o ricopiare una volta terminato il libro. La mia copia di “La vita davanti a sè” è un vero festival di adesivi colorati 😉

Trilogia della città di K.

Se scrivessi solo “capolavoro” ti farei capire subito cosa penso e, in effetti, secondo me non c’è parola migliore di questa per descrivere la Trilogia della città di K. di Agota Kristof. Tuttavia, se scrivessi solo “capolavoro”, non sarei esauriente. Questi tre romanzi, infatti, dicono tanto; anzi, dicono tutto e il contrario di tutto, avvolgendo il lettore in una spirale di ipotesi e contro-ipotesi fino a che il miscuglio di realtà e finzione è così denso e impastato che l’una è indistinguibile dall’altra.

Il primo dei tre romanzi, “Il grande quaderno”, scritto nel 1986, è quello che ho preferito. Scritto con uno stile unico, che mai avevo trovato neanche vagamente fra i tanti libri che ho già letto. Freddo, violento, crudo, disincantato, alienante. Magnifico.

Il secondo, “La prova” è uscito a due anni di distanza dal primo. Lo stile cambia, la musica no. Pagina dopo pagina, c’è sempre la sensazione che qualcuno ti stia stritolando lo stomaco, eppure il racconto è così bello da non potersene allontanare. Agota Kristof riesce ad ammaliare, ad attirare a sé il lettore per poi respingerlo indietro al punto di partenza con colpi di scena a tinte forti, dove la solitudine e l’isolamento finiscono per ingoiare qualsiasi spiraglio di luce aperto in precedenza.

Infine, “La terza menzogna” conclude la trilogia nel 1991. Ancora una volta, tutto ciò che fino a quel momento hai creduto essere vero non lo è più. C’è ancora un’altra realtà da scoprire, ma questa realtà è di nuovo una menzogna o è la verità? Ciascuno è libero di elaborare le proprie teorie, smontarle e rimontarle infinite volte, trovare la propria quadra, consapevole del fatto che la quadra di un altro lettore potrebbe essere completamente diversa.

La Trilogia della città di K. è un libro intenso e, credo, indimenticabile. Non mi stupisce che ci siano lettori che non l’hanno terminato o a cui non è piaciuto; è un libro talmente particolare che trovo normale sia così. Io l’ho divorato, leggendolo anche in bus e ogni qualvolta avevo cinque minuti liberi. Oltre a quanto già detto, mi sono piaciute tantissimo tre cose:

  1. i nomi dei due gemelli protagonisti, Claus e Lucas, sono l’uno l’anagramma dell’altro. Lo trovo molto significativo;
  2. ogni descrizione della natura è focalizzata sul cielo, un cielo così azzurro che non si trova da nessun’altra parte al mondo. Viene da pensare che sia il cielo che la scrittrice vedeva in Ungheria e che in Svizzera, la sua patria adottiva, un cielo così azzurro non c’è;
  3. è ovviamente un libro che invita a pensare, a cercare di dare un senso a quanto si legge, che poi finisce immancabilmente per essere stravolto. E, lo sai, a me questa cosa piace da matti. E siccome la mia testa è tutta un continuo ribollire di idee, mi sono lanciata nell’elaborazione di una teoria, astrusa se vogliamo, che voglio condividere con te per vedere se ci può stare. Dunque, la città di K. non esiste; verosimilmente le vicende si svolgono in Ungheria, in una città di confine, ma K. è fittizia.
    Ora, il cognome della scrittrice è Kristof, abbreviato K.
    Così, naturale come l’acqua, a me è venuto da pensare che la città di K. altro non è che la mente della scrittrice, dove personaggi, luoghi, avvenimenti hanno preso forma, per anni, fino a diventare tanti personaggi, tanti luoghi, tanti avvenimenti.

Ecco, l’ho sparata. Ora, se hai già letto il libro, sta a te sparare la tua idea nei commenti. Se non lo hai letto, è ora di fare un salto in libreria 😉