The Photo Challenge #40 – Textures

I love to take pictures of raw materials; I find them extremely fascinating. Which is why, from time to time, I like to point my camera to the floor or very close to the side of old buildings. Through the lens the textures of the objects become something else.

The picture I chose for this week’s challenge was taken last spring while I was wandering in my hometown. It may not look anything special to you and I believe it is not, but somehow I like it very much.
The sun light, filtered through a church’s gate gave a new look the same old pavement.


And now, quiz time. After a quick look at the picture my boyfriend told me he sees a skittish horse (or a dinosaur) in it. What do you see?

10 e 25

A Bologna, c’è un orologio diverso da tutti gli altri.
Un orologio che da 37 anni è fermo alle 10 e 25.
E’ l’orologio della stazione di Bologna, l’orologio simbolo della strage avvenuta il 2 agosto 1980.
Un orologio che suscita un brivido ogni volta che ci passi davanti, anche se, nel 1980, non c’eri nemmeno, esattamente come me. Un orologio che supplisce alla mancanza di una pagina di storia che, puntualmente, nelle scuole non viene raggiunta.

Fissare quelle lancette immobili vuol dire mettersi faccia a faccia con quel sabato di incredulità, terrore e frenesia. Vuol dire farsi delle domande e chiedersi, per l’ennesima volta: “Perchè?”.
E vuol dire ricordare le 85 persone uccise da quell’atto di terrorismo insensato, le loro famiglie e quel processo giudiziario che per anni non ha dato pace nè giustizia nè alle une nè alle altre.

Ogni 2 agosto, da 37 anni, Bologna si vela di lacrime e non potrebbe essere altrimenti. Lacrime di dolore, lacrime di rabbia; lacrime che ogni anno, ruggiscono ancora più forte.

Bologna on my mind

È difficile spiegare Bologna ai non bolognesi. Come la spieghi una radice? Una culla? Un perimetro di mattoni rossi e colli verdi? Come spieghi i portici? Come spieghi le osterie, la piazzola, piazza Santo Stefano, le persiane verdi, i sampietrini, le sfogline, le sdoure, i nonni, i fangein, i piccioni? Tutti i soccia, i sorbole, i ma va’ a cagher, ma va ben a rusco, che du maron, i brisa, i dare il tiro, la cassa, il bordello?
Come spieghi le botteghe, il mercato, i vicoli stretti e dolci, la simpatia, la golosità, la “grassezza” dell’anima e della risata? Come spieghi un calice di vino rosso, la perfezione di un tortellino? E le terrazze nascoste sotto i tetti. E gli odori. Gli ippocastani. I tigli. I Giardini Margherita, il Parco Talon. Come la spieghi la vita? La vita qui? Puoi solo viverla e da Bologna non si scappa.

Matilda con la A, Cecilia Mazzeo Orlandi