Tre fiammiferi

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.

[Jacques Prévert]

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Un primo anniversario

Mi sembra quasi impossibile, eppure il calendario non mente.
Il 15 settembre 2017, dopo più di un anno di lavori di ristrutturazione, infiniti giri per scegliere piastrelle, mobili, rubinetterie (e chi più ne ha più ne metta), deliranti telefonate per riuscire ad attivare le utenze e altri, molti altri, vari intoppi, io e il mio ragazzo siamo entrati nella nostra bella casina per iniziare un’avventura sulla quale molti ci avevano messo in guardia: la convivenza.

A un anno di distanza posso dire che, forse perché avevamo messo in conto l’idea che potesse accadere o forse perché siamo fortunati o forse perchè è semplicemente così che doveva andare, non c’è stato quasi nessun bisogno di adattarsi alla novità. Niente litigate cosmiche, nessun bisogno di discutere per arrivare a improbabili compromessi.
“E allora? litigate, eh?”
“Mah, veramente no…”
Quasi nessuno ci ha creduto, lo si vede dalla faccia che pensano che nascondiamo i nostri bisticci sotto il tappeto, ma è andata proprio così. Certo, ogni tanto occorre ancora trovare la quadra su alcuni aspetti della vita insieme, ma ogni cosa è venuta così naturale che, anche se questa attività non dovesse cessare mai (e lo dico perchè credo sarà proprio così), non sarà un gran peso.

E, al momento, la cosa più bella è ancora ritrovarsi a cucinare, a fare i pelandroni sul divano, ad andare alla spesa, a pensare come decorare le pareti, a darsi il bacio della buonanotte, ma sì, anche a fare le pulizie, tutto rigorosamente insieme.

Il settimo giorno

Nel mio peregrinare periodico e costante tra gli scaffali delle biblioteche trovo spesso libri dei quali non avevo mai sentito parlare e che, per un motivo o per l’altro, finiscono per ispirarmi. A quel punto il mio braccio si allunga da solo e pochi minuti dopo mi porto a casa una nuova storia tutta da scoprire, anche perché non leggo mai nè la quarta di copertina nè la prima di sovracoperta.

È esattamente quello che è accaduto con “Il settimo giorno” dello scrittore cinese Yu Hua che racconta i primi sette giorni nel regno dei morti di Yang Fei, voce narrante del romanzo.

Non occorre scorrere poi molte pagine prima di capire come il romanzo sia una metafora della vita nell’odierna Cina, nè tantomeno come mai i libri di Yu Hua vengano censurati in patria. Tra picchi di poesia surreale che richiamano i tratti principali del realismo magico e realtà crudeli, Yu Hua dipinge infatti un ritratto della Cina decisamente non positivo, come di una madre malevola e indifferente. Ma a colpire è soprattutto l’atteggiamento critico nei confronti del capitalismo sfrenato che dilaga e che non guarda in faccia nessuno.
Alternando la storia di Yang Fei a coloro che il protagonista incontra nell’aldilà, l’autore riesce a parlare e a denunciare dal suo punto di vista l’inferno che è vivere nella Cina moderna. Un Paese che insabbia e censura, che distrugge e demolisce, che corrompe e consuma fino allo sfinimento, che tratta neonati morti come rifiuti da smaltire e dove milioni di persone, povere e sfruttate, abitano negli oltre 10.000 bunker sotterranei, costruiti dal governo negli anni ’60 per proteggersi da attacchi nucleari, perché non possono permettersi di vivere altrove.

Nonostante tutto questo, “Il settimo giorno” è un libro che parla d’amore in modo semplice eppure intenso, ed è forse questo il suo maggior pregio, ciò per cui mi sento di consigliartelo assolutamente.