Emmaus

Prendi Baricco, spoglialo della sua qualità onirico-immaginifica e quello che ottieni è Emmaus, un romanzo di realtà, ambientato in una città italiana nella 88-07-88637-9_Baricco_Emmaus.inddcattolica Italia anni Settanta.

Di per sè la trama è molto semplice, ma Emmaus non è un romanzo facile.
Non lo è perché, come sempre, lo stile di scrittura è ricercato in maniera esasperante (Sandrino, sai scrivere, lo abbiamo capito!), ma soprattutto perché ci vuole tanta cooperazione interpretativa da parte del lettore per riempire gli spazi bianchi lasciati da Baricco. A me questa cosa è piaciuta tanto ed è per questo che te ne parlo e te lo consiglio. Mi rendo però conto che bisogna leggerlo con la giusta predisposizione d’animo, ma ciò che è indubbio è che le tante esche lanciate rendono Emmaus un romanzo che parla alla nostra parte più esistenziale.

Come abbiamo potuto non sapere, per così tanto tempo, nulla di ciò che era e tuttavia sederci alla tavola di ogni cosa e persona incontrata sul cammino? Cuori piccoli – li nutriamo di grandi illusioni, e al termi del processo camminiamo come discepoli a Emmaus, ciechi, al fianco di amici e amori che non riconosciamo – fidandoci di un Dio che non sa più di sé stesso. Per questo conosciamo l’avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore. Siamo aurora ma epilogo – perenne scoperta tardiva.

Ci sarà forse un gesto che ci farà capire. Ma per adesso, noi viviamo, tutti.

È di questo che Emmaus tratta. Dell’umanità tutta, di noi e del nostro essere quasi sempre incomprensibili agli altri e a noi stessi.

Senza sapere perché

Una volta ero in una tavola calda, sulla Statale 16, appena fuori città, e mi sono fermata in una tavola calda, sono entrata e mi son messa in coda, alla cassa c’era un vietnamita, non capiva quasi niente, così non si andava avanti, gli dicevano un hamburger e lui diceva Cosa?, forse era il primo giorno di lavoro, non so, così mi son messa a guardare intorno, dentro la tavola calda, c’erano cinque o sei tavoli, e tutta la gente che mangiava, tante facce diverse e ognuno con qualcosa di diverso davanti, la cotoletta, il panino, il chili, mangiavano tutti, e ognuno era vestito esattamente come aveva voluto vestirsi, si era alzato al mattino e aveva scelto qualcosa da mettersi, la camicia quella rossa, e il vestito stretto sulle tette, esattamente quel che voleva, e adesso stava lì, e ognuno di loro aveva una vita dietro e una vita davanti, stavano giusto transitando lì dentro, domani avrebbero rifatto tutto da capo, la camicia quella blu, il vestito lungo, e sicuramente la bionda con le lentiggini aveva una madre in qualche ospedale, con tutti gli esami del sangue sballati, ma adesso era lì che scartava le patatine un po’ nere dalle altre, leggendo il giornale appoggiato sul salino a forma di pompa di benzina, c’era uno vestito tutto da baseball, che sicuramente non entrava in un campo da baseball da anni, stava lì con suo figlio, un ragazzino, e continuava a dargli delle sberle sulla testa, dietro la testa, ogni volta il ragazzino si risistemava su il cappellino, un cappellino da baseball, e il padre tac, un’altra sberla, e tutto mentre mangiavano, sotto un televisore appeso al muro, spento, col rumore della strada, che arrivava a folate, con seduti in un angolo due molto eleganti, in grigio, due uomini, e uno dei due si vedeva che piangeva, era assurdo, ma piangeva, su una bistecca con patate, piangeva in silenzio, e l’altro non faceva una piega, anche lui con una bistecca davanti, mangiava e basta, solo, a un certo punto, si alzò, andò fino al tavolo vicino, prese la bottiglia del ketchup, tornò al suo posto e stando attento a non macchiarsi il vestito grigio ne svuotò un po’ nel piatto dell’altro, quello che piangeva, e gli sussurrò qualcosa, non so cosa, poi chiuse la bottiglia e ricominciò a mangiare, loro nell’angolo, e tutto il resto attorno, con un gelato all’amarena pestato per terra, e sulla porta del bagno un cartello che diceva fuori servizio, io guardai tutto quello ed è chiaro che c’era solamente da pensare che vomito, ragazzi, una cosa da vomitare tanto era triste, e invece quello che mi successe fu che mentre stavo lì in coda e il vietnamita continuava a non capirci un accidente io pensai Dio che bello, con addosso perfino un po’ di voglia di ridere, accidenti com’è bello tutto questo, proprio tutto, fino all’ultima briciola di roba schiacciata per terra, fino all’ultimo tovagliolino unto, senza sapere perché, ma sapendo che era vero, era tutto dannatamente bello.
Assurdo, no?

City, Alessandro Baricco
<grassetti miei, corsivi di Baricco>

Castelli di rabbia

È una specie di gioco. Serve quando hai lo schifo addosso, che proprio non c’è verso di togliertelo. Allora ti rannicchi da qualche parte, chiudi gli occhi e inizi ad inventarti delle storie. Quel che ti viene. Ma lo devi fare bene. Con tutti i particolari. E quello che la gente dice, e i colori, e i suoni. Tutto.
E lo schifo poco a poco se ne va. Poi torna, è ovvio, ma intanto, per un po’, l’hai fregato.

Castelli di rabbia, Alessandro Baricco

Il mio rapporto con Baricco non è semplice. A volte lo amo, a volte lo odio, ma credo che con lui non esistano mezze vie. Di tutti i libri suoi che ho letto, “Castelli di rabbia” è quello che mi ha lasciata più perplessa, perlomeno fino alle ultime 5 pagine. È in quelle ultime 5 pagine che tutto acquista un senso, tutto si collega, tutto esplode facendoti capire perché non c’è una vera e propria trama.

Ti arriva improvvisamente addosso una coscienza tutta nuova. Una consapevolezza diversa, una illuminazione. E quanto l’ho sentito vicino, Baricco, in quelle 5 pagine. Pur non avendo troppo amato il suo linguaggio a volte tronfio e il suo modo di scrivere, in certi punti troppo artificioso, non ho potuto fare a meno di rivedermi in quelle frasi. Perché io scrivo per liberarmi delle sensazioni negative, perché invento storie per buttare fuori pensieri e sensazioni che altrimenti ristagnerebbero per giorni nel mio cervello, consumando energie che devo e voglio impiegare altrove. Perché la rabbia è il vero motore dei miei castelli in aria, di tutte le parole che ho scritto sinora, con la penna, sempre su carta.

Tornando al libro, voglio darti un consiglio: leggilo tutto d’un fiato. Prenditi un giorno e leggilo tutto. Finzione e realtà, assenza di senso e significato, le prime 240 pagine e le ultime 5; tutto deve andare assieme e il viaggio, credimi, è molto, molto interessante.