Mio fratello rincorre i dinosauri

Ormai lo sai, che io mi trovi in libreria o in biblioteca, i titoli strani attirano il mio occhio. Se a quello ci aggiungi un sottotitolo come “Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più” puoi star sicuro che quel libro finirà fra le mie mani. Ci sono tante cose di cui non so niente e sono fermamente convinta che la lettura è sempre un buon modo per avvicinarsi ai mondi che non conosciamo.

È con questa disposizione di spirito che ho letto “Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol, giovanissimo autore originario di Castelfranco Veneto. E sono contenta di averlo fatto perché il libro racconta delle difficoltà di conoscere e accettare la diversità, di come farlo sia un percorso lungo e difficile. Soprattutto di come alla fine sia liberatorio accettare il diverso invece che combatterlo, nonostante le difficoltà e i sentimenti conflittuali che si possono provare.
È una storia vera. Una testimonianza di vita vissuta, a tratti dura, più spesso dolce (ma non zuccherosa!) e non eccessivamente approfondita. Ammetto che su alcune tematiche, che l’autore sfiora soltanto, avrei preferito un ulteriore approfondimento. In ogni caso, il libro mi ha spinto ad andare su YouTube a cercare il video da cui è partita l’esperienza di Giacomo come autore.

Un solo appunto: personalmente, lo stile di scrittura non mi ha entusiasmato. La narrazione si mantiene su toni semplici e leggeri, punti a suo favore, ma è troppo troppo piena di riferimenti a cose contingenti come canzoni, gruppi musicali, film e così via. Si capisce che per un autore adolescente che racconti la sua vita sono cose importantissime e ogni dettaglio permette al lettore di conoscere meglio l’autore come persona; tuttavia alcuni di questi dettagli vengono ripetuti più volte e sono tutto sommato inutili, una mera distrazione.

Detto questo, credo che “Mio fratello rincorre i dinosauri” sia un bel libro di formazione, da far leggere nelle scuole medie e superiori. Magari al posto dell’eterno e noiosissimo Gattopardo che, sui banchi di scuola, raramente suscita qualcosa di diverso da un sonoro sbadiglio.

Non lasciarmi

Ho letto Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro per la prima volta nel novembre 2011. Me lo prestò una delle mie migliori amiche, ma questa non gliel’ho ancora perdonata. Poi, succede che a marzo 2017 lo stesso titolo viene estratto tra le proposte di uno dei gruppi di lettura a cui partecipo. Dopo una settimana di altalena emotiva fatta di “no, no… no!”, “ma forse lo rileggo”, “ma col cavolo che mi ci rimetto”, “però mi piacerebbe discuterlo”, “ma perché proprio questo?”… alla fine ho preso coraggio e ho deciso di leggerlo di nuovo.

La seconda lettura è stata meno traumatica. Sapevo cosa aspettarmi, dunque è stato più semplice proteggermi. Tuttavia, i temi che l’autore tratta sono di così grande spessore che, neanche con 5 anni e mezzo in più addosso, mi permetto di millantare un’opinione univoca sulle vicende narrate. Ciò che stavolta mi ha dato il colpo di grazia è stato l’accorgermi che, tutto a un tratto, i protagonisti del romanzo sono davvero solo pedine in un gioco crudele che sono “costretti” a giocare. L’autore non lo nasconde mai davvero, ma è solo nelle ultime pagine del romanzo che questo fatto diventa lampante.

La cosa più complicata di questo romanzo, a mio parere, è capire i tre protagonisti. Per chi legge, la muta rassegnazione a un destino fatto di atroci sofferenze e di morte prematura, è difficile da capire. Bisogna sforzarsi a ogni pagina per ricordarsi che la realtà dei tre protagonisti è completamente diversa da quella che conosciamo e viviamo noi. Una realtà ucronica, ma in qualche modo vicina a noi.

In definitiva, “Non lasciarmi” è un romanzodistopico, ma non così lontano dalla realtà da permettere al lettore di relegare la narrazione a un piano di pura fantasia.
Se non lo hai letto, merita di essere preso in considerazione. Diciamo solo che, magari, bisogna accostarvisi al momento giusto, consapevoli che il caro Kazuo Ishiguro vuole usare il lettore come pungiball.

La vita davanti a sé

Chi l’avrebbe mai detto, ho finalmente amato uno scrittore francese.
Romain Gary è riuscito a convincermi alla grande con “La vita davanti a sè”, scritto sotto lo pseudonimo di Émile Ajar nel 1975 e libro vincitore del premio Goncourt di quell’anno.

Gary ha scritto un romanzo che a distanza di oltre quarant’anni è ancora attuale nelle tematiche che affronta (una su tutte, l’eutanasia), che fa riflettere il lettore sulle cose della vita. Vita che non è sempre semplice come si può immaginare, soprattutto se sei figlio di una prostituta e se vivi nella casa rifugio di una ex-prostituta, che è anche l’unica mamma che hai mai conosciuto. L’autore descrive una realtà che non è la solita favola parigina, anzi; in quelle pagine c’è tutta la crudezza di una vita cresciuta troppo in fretta, per forza di cose. Momò, il bambino protagonista del romanzo, è solo e da solo deve cavarsela.

La mia ignoranza è finita verso i tre o quattro anni e certe volte ne sento la mancanza.

Si può dire che non sia mai veramente un bambino, anche se il linguaggio utilizzato da Gary è di una innocenza tale da riuscire a riportare sotto una dimensione meno drammatica i fatti che accadono. Credo fermamente che, in questo romanzo in particolare, anche la forma sia sostanza.

Non volendo fare spoiler, perché davvero questo libro merita di essere letto, mi fermo qui. Aggiungo solo che, oltre a quanto c’è di immediatamente percepibile, questo romanzo è anche un inno alla fratellanza fra razze e religioni e per questo è un’opera ancor più importante.

Per molto tempo non ho saputo che ero arabo perché non c’era nessuno che mi insultava.

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Siamo tutti uguali quando siamo nella merda.

PS
Armatevi di post-it segnapagina! Ci sono tantissime frasi belle, ma belle davvero, che vale la pena di tenere segnate o ricopiare una volta terminato il libro. La mia copia di “La vita davanti a sè” è un vero festival di adesivi colorati 😉