The Photo Challenge – #13 Partners

I have a tendency of naming the things (living or not) I’m fond of. So, this cactus’ name is Artù, which is the italian for King Arthur.hdr Don’t ask me why it is its name, because I don’t know. While I was in the greenhouse I saw it in the back row and it was love at first sight. I instantly thought of that name, only God knows why.

For months it stood unaltered on the window sill of my office. Then, bam! All of a sudden, Artù started blooming and before I knew it on every leaf there was a newborn. I guess the breaking of summer, the sun rays and the water I give it every 8/10 days worked in partnership and made this perfectly simultaneous birth possible.

So, this is the reason why I took a picture of Artù, which somehow managed to survive my not so green thumb.

Ancora sul passato

Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che è passato
è come se non ci fosse mai stato.
Il passato è un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
Il passato è solo fumo
di chi non ha vissuto.
Quello che ho già visto
non conta più niente.
Il passato ed il futuro
non sono realtà ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacché non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante.

Il mio passato, Alda Merini

Le vergini suicide

coper-verginisuicideIl libro d’esordio di Jeffrey Eugenides (di cui ti ho già parlato a proposito di Middlesex) è un pugno alla bocca dello stomaco. Hai presente quando ricevi un colpo al diaframma e tutta l’aria esce di botto senza che tu possa respirare per riprendere fiato? Ecco, esattamente quella sensazione di asfissia, secondo me, è il motore di tutta la narrazione.

Le vicende narrate nel libro si svolgono negli anni ’70 in una piccola cittadina borghese americana. Il contesto non è scelto a caso, ma è preso a emblema di quella cultura che, al tempo, dilagava in America e che si fondava su bigottismo, finto perbenismo e una buona dose di “i panni sporchi si lavano in famiglia”. In questa ambientazione, le sorelle Lisbon sono cinque adolescenti, tra i 13 e i 17 anni, tenute a briglia cortissima dalla madre che esercita su di loro un controllo smodato e impedisce loro di vivere una vita normale, di sviluppare la propria identità, di trovare il loro posto nel mondo. Quando la minore decide di suicidarsi anche la vita delle altre 4 cambia, mentre la madre si rifiuta di prendere coscienza della situazione e continua a considerare l’accaduto come un “incidente”.

Gli adulti non fanno una bella figura in questo libro. Dai vicini di casa alle figure di riferimento a scuola, da padre Moody al padre delle ragazze, nessuno sembra comprendere la situazione e il dolore che le sorelle Lisbon hanno sopportato per anni, ora aggravato dalla perdita di una sorella. Gli unici a prendere coscienza della situazione sono gli adolescenti del vicinato che, nonostante il passare degli anni, continuano a interrogarsi sulla sorte di quelle coetanee tanto belle e inafferrabili. È infatti attraverso il punto di vista di questi ragazzi, nel frattempo diventati uomini, che veniamo a conoscenza della tragica vicenda della famiglia Lisbon.

Il finale del libro, già esplicito nel titolo stesso, costringe il lettore a ripetersi la domanda “perché?”, esattamente come succedeva a pagina 1. Il folto mistero che circonda le protagoniste, il segreto maligno radicato nei loro cuori, non si svela e non ci sono motivazioni definitive; la madre emotivamente arida e bacchettona, i vicini di casa più preoccupati dell’aspetto della casa in rovina che del dramma che si consuma all’interno, l’alienamento dalla società, la mancanza di un appiglio esterno sono tutti elementi parti del puzzle, ma nessuno di essi è sufficiente. Proprio per questo Eugenides riesce a coinvolgere il lettore al 100%, instillandogli il bisogno di dare una interpretazione personale, di trovare il significato di questo intenso, tragico e brutale romanzo.