Castelli di rabbia

È una specie di gioco. Serve quando hai lo schifo addosso, che proprio non c’è verso di togliertelo. Allora ti rannicchi da qualche parte, chiudi gli occhi e inizi ad inventarti delle storie. Quel che ti viene. Ma lo devi fare bene. Con tutti i particolari. E quello che la gente dice, e i colori, e i suoni. Tutto.
E lo schifo poco a poco se ne va. Poi torna, è ovvio, ma intanto, per un po’, l’hai fregato.

Castelli di rabbia, Alessandro Baricco

Il mio rapporto con Baricco non è semplice. A volte lo amo, a volte lo odio, ma credo che con lui non esistano mezze vie. Di tutti i libri suoi che ho letto, “Castelli di rabbia” è quello che mi ha lasciata più perplessa, perlomeno fino alle ultime 5 pagine. È in quelle ultime 5 pagine che tutto acquista un senso, tutto si collega, tutto esplode facendoti capire perché non c’è una vera e propria trama.

Ti arriva improvvisamente addosso una coscienza tutta nuova. Una consapevolezza diversa, una illuminazione. E quanto l’ho sentito vicino, Baricco, in quelle 5 pagine. Pur non avendo troppo amato il suo linguaggio a volte tronfio e il suo modo di scrivere, in certi punti troppo artificioso, non ho potuto fare a meno di rivedermi in quelle frasi. Perché io scrivo per liberarmi delle sensazioni negative, perché invento storie per buttare fuori pensieri e sensazioni che altrimenti ristagnerebbero per giorni nel mio cervello, consumando energie che devo e voglio impiegare altrove. Perché la rabbia è il vero motore dei miei castelli in aria, di tutte le parole che ho scritto sinora, con la penna, sempre su carta.

Tornando al libro, voglio darti un consiglio: leggilo tutto d’un fiato. Prenditi un giorno e leggilo tutto. Finzione e realtà, assenza di senso e significato, le prime 240 pagine e le ultime 5; tutto deve andare assieme e il viaggio, credimi, è molto, molto interessante.

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Un pensiero su “Castelli di rabbia

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