Nemesi

Tu hai una coscienza, e una coscienza è un lodevole attributo, ma non se ti spinge a considerarti colpevole di cose che non sono alla portata della tua responsabilità.

Non avevo mai letto niente di Philip Roth. Leggerò sicuramente altri libri di Philip Roth. Non si può giudicare un autore da un libro soltanto, ma una cosa di Roth l’ho capita: non ha peli sulla lingua, non ti nasconde niente. Per quanto sia cruda la realtà che descrive, eccola lì, nero su bianco, in frasi semplici e lineari.

Nemesi descrive una storia ben circoscritta e tragica, coper-nemesi-prla storia di Bucky Cantor, ventitreenne americano, insegnante di ginnastica. La sua vicenda si svolge a Newark, in New Jersey, nell’estate del 1944. Nonostante sia un giovane lodevole, Mr Cantor si sente essere meno dei suoi coetanei a causa di un grave problema alla vista che gli impedisce di partire per la guerra. Per tutto il libro il lettore sentirà il peso di questa imperfezione che Bucky Cantor subisce. Tuttavia, ben presto, Mr Cantor deve combattere una guerra altrettanto ingiusta: nel suo quartiere scoppia una violentissima epidemia di poliomielite che miete vittime specialmente fra i bambini.

Ti parlo di questo libro perché l’ho sentito mio, ha parlato a una parte di me che aveva preso il sopravvento pochi mesi fa e che, con molta fatica, ho rimesso al suo giusto posto. Philip Roth, attraverso il personaggio di Bucky Cantor, mette in discussione gli eventi, i personaggi che popolano il libro fino ad arrivare a Dio. Non si ferma qui però: Roth mette in discussione anche sè stesso e ognuno di noi. A chi non è mai capitato di sentirsi in colpa per qualcosa che, magari, neanche dipendeva dalle sue azioni? Bucky Cantor si fa carico di una colpa che non è sua, sentendone il peso fino a rimanerne schiacciato. Come spiega Roth:

Una persona così è condannata. Niente di ciò che fa è all’altezza dell’ideale che nutre dentro di sé. Non sa mai dove finisce la sua responsabilità. Non accetta i propri limiti perché, gravato da un’austera bontà naturale che gli impedisce di rassegnarsi alle sofferenze degli altri, non riconoscerà mai di avere dei limiti senza sentirsene in colpa.

L’ho capito di recente e a mie spese. Quando sei la nemesi di te stesso non hai un minuto di tregua. Quale che sia l’evento scatenante, ogni cosa che hai detto/fatto/pensato viene processata e riprocessata. La ricerca della colpa diventa un chiodo fisso: finché non hai trovato il colpevole ti senti sbilanciato, il tuo programma narrativo è irrisolto. Il colpevole però non c’è e da lì a inventare che sia tutta colpa tua è un secondo. Un secondo nel quale diventi il tuo poliziotto cattivo, il tuo fustigatore, il tuo carceriere.

Bucky Cantor non riesce a smettere di vestire quei panni; anzi, al contrario, si immedesima sempre più con la nemesi fino a perdere sè stesso.
Io ne sono uscita e sto cercando di ricordarmelo ogni giorno per far sì che la lezione imparata sia un tesoro che non smette mai di luccicare.

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